PENSAVO FOSSE AMORE…

PENSAVO FOSSE AMORE…

Di Gabriella Tambone

Psicologa – Psicoterapeuta

 

L’amore sano esclude la paura.

 Dove c’è amore non ci sono pretese né dipendenza.

Io non esigo che voi mi facciate felice;

La mia felicità non alberga in voi [… ];

Godo immensamente della vostra compagnia, ma non mi abbarbico a voi.“

Massimo Gramellini

 

 

L’amore, dice Platone nel Simposio, nasce da una intrinseca mancanza, che spinge uomini e donne a cercare al di là di noi e al di sopra di noi qualcosa che ci completi.

Siamo esseri sociali e relazionali e come tali cerchiamo qualcuno che arricchisca la nostra vita, qualcuno che ci comprenda e che condivida con noi un progetto.

D’altro canto tutte le teorie di riferimento sullo sviluppo evolutivo ci dicono che l’individuo prende coscienza di sé attraverso lo sguardo dell’Altro. Il cercarsi e soprattutto il ritrovarsi nell’Incontro ci permette di definirci come individui.

Il rispecchiamento e soprattutto la qualità del rispecchiamento nelle figure primarie (legame originario madre/bambino) determinerà la nostra capacità di sentirci individui completi o insicuri; individui alla ricerca di relazioni affettive appaganti o disfunzionali.

Potremmo quindi dire che tutti noi abbiamo il sano e naturale desiderio di realizzarci in una relazione, ma non sempre, il bisogno alla base di questa ricerca, ci porta verso un legame sano.

Se il rispecchiamento primario è stato disfunzionale, se qualcosa non ci ha permesso di sentirci accolti, sicuri, preziosi per l’Altro all’origine, saremo sempre spinti da un bisogno “infantile” di colmare quella mancanza e di cercare altrove ciò che abbiamo perso tanto tempo prima in un altro luogo, ovvero nei primi mesi ed anni di vita.

Se è vero quindi che tutti noi abbiamo una naturale tendenza alla dipendenza dalle relazioni, è anche vero che c’è, da una parte, una sana dipendenza e dall’altra una tendenza disfunzionale ad appoggiare sull’Altro, l’oggetto d’amore appunto, un valore assoluto, il “proprio” valore.

Affinché la dipendenza sia funzionale per entrambi i partner, deve necessariamente essere  libera da vincoli che  limitino il benessere di ciascuno.

Nella coppia sana si cresce insieme, spostandosi dal proprio angolo di comfort per andare incontro al benessere della relazione.

Questo movimento non può e non deve essere monodirezionale, ovvero con un partner che si mette sempre in discussione superando i propri limiti e l’altro che non si muove dalla propria posizione.  Quando la relazione ha questa caratteristica siamo di fronte ad una situazione non evolutiva e spesso fortemente frustrante per il partner che si “sforza” costantemente di essere migliore.

Oltre a questo elemento una relazione può configurarsi come patologica quando uno dei due partner mostra un atteggiamento dipendente, ovvero necessita di una persona, o di un sistema sociale di riferimento, immaginando di non poterne fare a meno, di non essere in grado di vivere senza questa struttura rassicurante per quanto frustrante.

E’ per questo che molto spesso pur di non perdere l’altro il partner dipendente è disposto a sopportare tutto, a volte andando anche oltre il limite della dignità e del rispetto di sé.

In nome di questo Amore si sopportano umiliazioni, tradimenti, atteggiamenti aggressivi o denigratori.

Questo è frequente nella storia del dipendente anche perché è spesso attratto da una personalità narcisistica, ovvero un partner che non è per sua natura, capace di amare, di provare un’affettività autentica, di legarsi in modo sano con qualcuno all’interno di una relazione intima.

Questo è l’incastro che spesso determina una relazione tossica, dove il dipendente affettivo cerca quell’amore assoluto che sente di non aver mai avuto e il narcisista cerca uno specchio nel quale riflettere la propria immagine ma senza entrare mai veramente nella relazione.

Il dipendente è la “preda” perfetta per il narcisista.

Molto spesso la personalità dipendente è caratterizzata da un basso livello di fiducia in sé stesso e quindi ricerca relazioni simbiotiche con figure che tende ad  idealizzare.

Ha molto spesso una fortissima ansia da separazione, motivo per cui resiste all’interno di relazioni estremamente dolorose pur di non perdere l’Altro.

L’impalcatura della dipendenza affettiva è in gran parte appoggiata sul conflitto tra la ricerca di un amore speciale e la bassa considerazione di sé. Anche se paradossalmente a questa bassa considerazione di sé si intreccia un pericolosissimo senso di onnipotenza: “io lo cambierò, io lo salverò” ed ancora più pericoloso un pensiero grandioso di sopportazione “io posso reggere, io sono forte in quanto abituata alla sofferenza”.

Molto spesso nella storia di un dipendente affettivo c’è quello che si definisce un bambino “adultizzato” che ha dovuto prendersi cura di un genitore problematico.

In questo modo ha erroneamente confuso l’essere amato con l’essere efficace nel proprio ruolo di cura. In realtà, in questa inversione di ruolo, non ha mai sperimentato un contenimento realmente rassicurante.

E’ anche grazie a questo modello interiorizzato che è facile immaginare come il legame distruttivo con un narcisista venga spesso confuso con un reale amore; in questa ottica infatti l’attenzione dell’Altro è vissuta come una conquista attraverso il sacrificio.

Allo stesso tempo le attenzioni e le cure di un partner amorevole vengono vissute come immeritate, inautentiche, false o pericolose, ed anche e soprattutto poco attraenti.

Uscire da un rapporto disfunzionale si può e si deve ma questo comporta un lavoro profondo su di sé, sulle proprie paure, sulle aspettative illusorie, sul senso di insicurezza.

La possibilità di uscita e di cambiamento è legata alla comprensione delle dinamiche sottostanti, al riconoscimento in un profilo specifico del dipendente e del narcisista.

Per avere più forza è necessario perdonarsi, sia per la scelta sia per la difficoltà di mettere fine ad una relazione dannosa, perché questo significa liberare se stessi da una colpa inutile che toglie solo energia.

Accogliere profondamente la possibilità di fare qualcosa di diverso non più sperando che l’altro cambi ma assumendo su se stessi la responsabilità della propria vita e del proprio equilibrio psicofisico significa, a volte,  salvarsi la vita.

La dipendenza non ha nulla a che fare con l’amore!

Un lavoro individuale ma soprattutto un lavoro di gruppo, dove in uno spazio accogliente e non giudicante si può parlare dei propri vissuti, delle convinzioni negative, delle sensazioni che accompagnano questa esperienza distruttiva, senza sentirsi giudicate o inadeguate, è sicuramente la via più efficace per ricostruire la propria autostima, spesso depauperata da queste relazioni tossiche.

Trovare la propria autonomia è possibile come è possibile immaginare di meritare un amore sano diventando artefici della propria rinascita.